Ai fini della configurabilità del reato di disturbo alla quiete pubblicaè necessario che i rumori abbiano una tale diffusità che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere percepito da una molteplicità di soggetti”.

Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 9361 del 2018, la quale ha fornito alcune interessanti precisazioni in tema di “disturbo alla quiete pubblica” in ambito condominiale.

La questione sottoposta alla Suprema Corte vedeva come protagonista un condomino, precedentemente condannato dal Tribunale di Genova per il reato di cui all’art. 659 c.p., il quale avrebbe “disturbato il riposo dei condomini mediante rumori, urla e schiamazzi durante l’orario notturno all’interno di un edificio condominiale”.

Il Tribunale, accertata la produzione delle immissioni sonore provenienti dall’abitazione dell’imputato, aveva escluso la configurabilità dell’illecito amministrativo di cui all’art. 10 comma 2 l. 447/1995, per via del superamento dei limiti di accettabilità delle stesse emissioni, configurando conseguentemente il reato previsto e punito dall’art. 659 c.p.

La decisione veniva, pertanto, impugnata dinnanzi la Corte di Cassazione dal condomino.

Secondo l’imputato, in particolare, il Tribunale nel pronunciare la sentenza di condanna non avrebbe adeguatamente esaminato il “livello di tollerabilità dei rumori prodotti dall’imputato, ovverosia l’idoneità ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone, non emerso da alcuna delle deposizioni raccolte”.

Nella sentenza in commento la Corte di Cassazione precisa, dapprima, che alla stessa è preclusa la possibilità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi e, successivamente, riconosce la logicità e correttezza delle conclusioni cui è addivenuto il Tribunale quanto all’aspetto della diffusività dei rumori e delle immissioni, nonché alla loro idoneità ad arrecare disturbo alle occupazioni ed al riposo.

Invero, sottolineano i Giudici di Piazza Cavour che ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 659 c.p. è necessario “che le emissioni sonore siano potenzialmente idonee a disturbare le occupazioni o il riposo di un numero indiscriminato di persone secondo il parametro della normale tollerabilità, indipendentemente da quanti se ne possano in concreto lamentare”. In linea con questo asserito, la Corte di Cassazione aveva già, in precedenti pronunce, rilevato che ai fini della configurabilità del reato in questione “non sono necessarie né la vastità dell’area interessata né un numero rilevante di soggetti essendo sufficiente che il disturbo non venga arrecato a un unico singolo ma a un ambito ristretto come ad esempio un condominio” (Cfr. Cass. Sez prima n. 45616 del 14.10.13 Virgillito, Rv 257345, Cass. Sez prima n. 47298 del 29.11.11, Iori, Rv 251406, Cass. Sez prima n. 18517 del 17.3.10 Oppong Rv 247062, Cass. Sez. prima n. 1406 del 12.12.97 Costantini Rv. 209694).

Posto dunque che l’interesse tutelato dalla norma è quello della “pubblica quiete, il quale implica di per sé l’assenza di disturbo per la pluralità dei consociati”.

In definitiva, nel caso affrontato, la Suprema Corte ha ritenuto coerenti le argomentazioni spiegate nella sentenza impugnata, ritenendo pertanto il reato sussistente, dal momento che – come dimostrato in fase istruttoria –  i rumori prodotti dall’imputato avevano avuto “la capacità di propagarsi all’interno dell’intero stabile condominiale, arrecando così potenziale disturbo ad un numero indeterminato di persone, costituite dai condomini residenti e da chiunque altro si trovasse in quel frangente nell’immobile, e non soltanto agli occupanti degli appartamenti ubicati in prossimità del luogo in cui il prevenuto stava dando sfogo ai suoi impeti iracondi”.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione rigettava il ricorso proposto dall’imputato, confermando integralmente la sentenza impugnata.