Secondo la Corte Costituzionale, la tutela del diritto al nome – accezione ampia idonea a ricomprendere anche il diritto al cognome – discende dalla necessità di salvaguardare contro eventuali abusi, in uno al novero dei diritti della personalità cui fanno capo all’individuo, “il primo e immediato segno distintivo che caratterizza l’identità personale”.

Sostengono pertanto i giudici di Piazza Cavour che il cognome, rappresentando sempre più bene morale della personadiventa elemento costitutivo dell’identità personale per ognuno di noi.

Tale processo di valorizzazione del diritto all’identità personale è culminato nel riconoscimento, da parte della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo  quale elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona e nella riconduzione del diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Di recente la Corte Costituzionale – Sentenza 22 Dicembre 2016, n .286 , sulla spinta della giurisprudenza transnazionale ha dichiarato “l‘illegittimità costituzionale di alcune norme “nella parte in cui non consentivano ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno“.

Inoltre, facendo buon governo dei principi sopra espressi con la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo datata 7 gennaio 2014, la giurisprudenza nazionale ha ritenuto che quello al cognome costituisce uno dei diritti fondamentali della persona, avente copertura costituzionale assoluta quale strumento identificativo di ogni individuo, precisando che la ratio della normativa va individuata nell’esigenza di garantire l’interesse del figlio a conservare il cognome originario qualora questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale all’interno di una determinata comunità.

Infine, ad avviso della Consulta, la perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.

Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli – ha concluso la Corte- “in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica”.