Il recesso dal contratto concluso con una Compagnia telefonica non può comportare il pagamento di costi forfettari da parte dell’utente. A stabilire questo principio è la legge n.40/2007, che ha convertito in legge il c.d. decreto Bersani. In particolare, l’articolo 1, al comma 3, stabilisce che “I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificati da costi dell’operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni”.

In linea con la ratio della normativa in questione, recentemente il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – con sentenza depositata il 10 marzo 2018 – ha puntualizzato che il recesso da un contratto telefonico non può comportare per gli utenti costi ingiustificati e, nello specifico, “costi di cessazione del servizio” poiché ciò significherebbe quantificare monetariamente il costo per l’esercizio del diritto di recesso, in netto contrasto con la legge.

Richiamando la normativa dettata dalla legge n. 40/2007, l’Autorità Giudiziaria ha sottolineato che tale disciplina è introdotta nell’ambito di una più ampia riforma della disciplina delle tariffe dei servizi, a tutela della concorrenza e della trasparenza delle tariffe medesime e ad “assicurare ai consumatori finali un adeguato livello di conoscenza sugli effettivi prezzi del servizio – osserva il giudice – rende, quindi, illegittime le disposizioni contrattuali che, contrariamente a quanto previsto da essa, prevedano l’addebito di costi a carico dell’utente in caso di recesso del contratto“.

In particolare, l’introduzione di una disciplina specifica, dalla chiara formulazione, che vieta l’addebito all’utente di corrispettivi per il recesso – peraltro nella evidente prospettiva di favorire il passaggio da un operatore telefonico all’altro assicurando così l’effettiva realizzazione della concorrenza tra imprese con ricadute benefiche per i consumatori – e che al contempo fa salvi eventuali “costi” che devono essere sostenuti dall’operatore va necessariamente interpretata nel senso che, qualora l’operatore addebiti dei costi all’utente, debba anche fornire in concreto la prova specifica di questi ultimi.

Né può accogliersi quel filone interpretativo seguito dalla difesa delle compagnie telefoniche secondo cui l’importo preteso nei confronti dell’utente non costituisce un corrispettivo del recesso, ma un vero e proprio costo che la compagnia telefonica è tenuta a sostenere per la disattivazione della linea in conseguenza del fatto che le reti di telefonia fissa sono di proprietà della Telecom. Costi che, sarebbero “determinati in misura forfettaria, non essendo possibile dimostrarli specificamente con riferimento ai singoli utenti“.

Invero, puntualizza il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che a ragionare diversamente, ossia ammettendo la previsione di costi forfettizzati, “si arriverebbe – invece – al risultato paradossale di continuare a prevedere l’applicazione di un corrispettivo standardizzato per il recesso dal contratto, semplicemente chiamandolo con un nome diverso, in netto contrasto con la lettera e con la ratio della disciplina n. 40/07“.

In conclusione, il Tribunale ha rilevato che non vale a rendere legittima la previsione del costo forfettizzato “il fatto che di esso sia stato dato anche pubblicità da AGCOM che ne ha, quindi, sostanzialmente avallato l’applicazione. Si tratta, infatti, di un profilo che attiene al diverso piano dei rapporti con le Autorità Garanti e che non può precludere l’indagine in sede civile sulla legittimità o meno della pretesa di richiedere un determinato importo a titolo di spesa sostenuta senza che, poi, si dia effettivamente prova di averla concretamente sopportata“.

Ne deriva, pertanto, l’illegittimità dei costi addebitati.