La storica sentenza della Corte di giustizia europea chiarisce che la nozione di coniuge si estende anche ai matrimoni contratti tra persone dello stesso sesso

Alla sentenza si è arrivati dopo il ricorso presentato da un cittadino romeno e un cittadino statunitense, i quali avevano contratto matrimonio in Belgio nel 2010. La Romania aveva rifiutato al cittadino americano il diritto di soggiornare nel paese, dato che la Romania non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. La coppia aveva dunque presentato ricorso nel 2013 per l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale nell’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione.

Rimessa la questione alla Corte di Giustizia, il Procuratore Generale della Corte ha dapprima precisato che la problematica giuridica non riguarderebbe la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, bensì la libera circolazione dei cittadini dell’Unione; successivamente, lo stesso Procuratore ha rilevato che le norme sulla circolazione delle persone e dei lavoratori non possono tuttavia prevedere alcun rinvio al diritto degli Stati membri ai fini della determinazione della qualità di “coniuge”.

Conclude, pertanto, affermando che la superiore nozione deve essere oggetto, nell’intera Unione, di un’interpretazione “autonoma e uniforme”, ossia riferita anche ai coniugi dello stesso sesso.

La superiore tesi è stata sposata dalla Corte di giustizia dell’Ue la quale ha rilevato che, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, essi non possono ostacolare la libertàdi soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio.

Dal richiamo all’art.7 della Carta dell’Ue – che garantisce il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare – e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, la Corte di Giustizia dell’Ue ha tratta l’assunto secondo cui la relazione tra persone dello stesso sesso può rientrare nella nozione di “vita privata”, nonché in quella di “vita familiare”, proprio come accadrebbe nel caso di una coppia eterosessuale che si trovi nella stessa situazione.

In definitiva, la Corte ha ritenuto che l’obbligo per uno Stato Ue di riconoscere, esclusivamente ai fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non Ue, un matrimonio omosessuale contratto in un altro Stato membro non pregiudica l’istituto del matrimonio nel Paese in cui la coppia viene a vivere.