CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 18 aprile 2018, n.17503

Nel delitto ex art. 314 c.p. è configurabile il concorso con il pubblico ufficiale dell’estraneo alla pubblica amministrazione, sia come istigatore o determinatore, sia come cooperatore nella esecuzione della condotta sia come soggetto che indirizza e rafforza la volontà criminosa dell’agente, purché i partecipi siano consapevoli della situazione di fatto in cui operano e contribuiscano consapevolmente, ciascuno per la sua parte, a realizzare lo stesso reato, anche se la condotta del partecipe è successiva a quella dell’intraneus.

La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 17503 del 18 aprile 2018, affronta la fattispecie riguardante un’attività di sistematica sottrazione di preziosi volumi rari custoditi presso una Biblioteca statale promossa e organizzata, con il concorso di altre persone, dal direttore della biblioteca. In particolare, l’organizzazione criminale era riuscita ad immettere i volumi nel circuito dell’antiquariato e, nello specifico, di una casa d’aste della quale il direttore aveva programmato una vendita all’incanto di  volumi e manoscritti sottratti alla medesima biblioteca.

Il Supremo Consesso si interroga circa la possibilità per il direttore della casa d’asta di rispondere di concorso esterno in peculato ovvero, trattandosi di reato istantaneo, se debba ritenersi escluso il concorso dell’extraneus ogniqualvolta la condotta di quest’ultimo è successiva a quella dell’intraneus.

A tale interrogativo i giudici di legittimità danno risposta positiva, evidenziando che il criterio per distinguere la responsabilità per il reato di ricettazione o di favoreggiamento reale dalla responsabilità per il concorso nel reato-presupposto di peculato, non può essere solo quello temporale ma vi è la necessità che il giudice di merito verifichi se la preventiva assicurazione di commercializzare il bene oggetto del reato abbia realmente influenzato ovvero rafforzato, nell’autore del reato principale, la decisione di delinquere.

Di contro, la Corte di Cassazione esclude la possibilità di condividere la tesi secondo cui la realizzazione di un reato concorsuale doloso non richiede un preventivo accordo perché basta che più persone orientino causalmente i loro comportamenti così da produrre, con il concorrere dei loro apporti, l’evento che integra l’illecito – per cui l’intesa tra i correi può intervenire nel momento della consumazione, ma potrebbe addirittura mancare, bastando che sia dimostrata la consapevolezza del concorrente di incidere con il proprio contributo su una serie causale avviata da altro soggetto (cosiddetta ‘concorrenza partecipativa non previamente concertata’). Invero, questa tesi poggia su una costruzione teleologica del reato come fatto orientato alla lesione di un bene giuridico protetto che condurrebbe a qualificare come concorrente chiunque consapevolmente contribuisse alla lesione, in contrasto con il principio di determinatezza delle fattispecie incriminatrici.

In altri termini, la volontà di contribuire alla realizzazione di un reato non presuppone necessariamente un previo accordo con i compartecipi, né la reciproca consapevolezza del concorso altrui, e può manifestarsi con un accordo (anche un’intesa istantanea) o rimanere solo unilaterale (anche come semplice adesione all’opera dell’altro ignaro): non occorre la prova del previo concerto tra i concorrenti, ma è necessario dimostrare che ciascuno di loro ha agito per una finalità unitaria con la consapevolezza, anche solo unilaterale, del ruolo svolto dagli altri e con la volontà di contribuire alla loro condotta (ex multis Sez. U, n. 31 del 22/11/2000, dep. 2001, Rv. 218525; Sez. 6, n. 46309 del 09/10/2012, Rv. 253984; Sez. 5, n. 25894 del 15/05/2009, Rv. 243901)

Al netto delle superiori argomentazioni, la Corte di Cassazione giunge a ritenere che, nel delitto ex art. 314 c.p. è configurabile il concorso con il pubblico ufficiale dell’estraneo alla pubblica amministrazione, sia come istigatore o determinatore, sia come cooperatore nella esecuzione della condotta sia come soggetto che indirizza e rafforza la volontà criminosa dell’agente, purché i partecipi siano consapevoli della situazione di fatto in cui operano e contribuiscano consapevolmente, ciascuno per la sua parte, a realizzare lo stesso reato.