CORTE DEI CONTI, SEZ. GIUR. REGIONE LAZIO – SENTENZA 22 dicembre 2017 n. 399

L’assunzione presso gli uffici pubblici di persone non selezionate tramite concorso fa emergere demotivazione e degrado nei cittadini che vedono frustrate le possibilità di conseguire legalmente e regolarmente un posto di lavoro. La mancata realizzazione della funzione sociale della selezione pubblica costituisce un depauperamento sia dell’intera comunità sia dell’ente che ha assunto il personale in maniera indebita.

Con aa sentenza in commento, la Corte dei Conti si pronuncia in merito ad una azione di responsabilità per i danni arrecati dall’illegittimo comportamento degli organi sociali [società in house], per avere, con dolo, violato la normativa in materia di contratti pubblici, al solo fine di arrecare un ingiusto profitto, e per aver assunto o concorso ad assumere personale in violazione delle norme di legge volte a garantire l’imparzialità, l’efficienza e la trasparenza.

In tale cornice, degna di nota è l’apprezzabile chiarezza definitoria operata dai giudici contabili circa la natura ed il grado sociale del danno, patrimonialmente valutabile, derivante dalle assunzioni illegittime nel pubblico impiego e, in specie, all’interno di una società pubblica in house.

La Corte dei Conti, ricordando preliminarmente il consolidato orientamento giurisprudenziale seguito dalla Corte Costituzionale in merito alla regola della necessaria concorsualità nell’accesso all’impiego pubblico, secondo la quale “la selezione concorsuale costituisce la forma generale ed ordinaria di reclutamento per le amministrazioni pubbliche, quale strumento per assicurare efficienza, buon andamento ed imparzialità …. [ed] è il concorso a consentire, infatti, ai cittadini di accedere ai pubblici uffici in condizioni di eguaglianza”, scrutina ambiti inesplorati del danno erariale, individuando precisi indici a consentire il “dove” e il “come” si misura il danno da assunzioni senza concorso.

La Corte abbandonando vecchi orientamenti giurisprudenziali, che ancoravano il danno ad una visione meramente utilitaristica, finisce per collegare quest’ultimo al quantum di cui l’Amministrazione si sarebbe depauperata per effetto dell’illecita assunzione. Vi è di più.

Il danno assume, secondo l’impostazione seguita dalla Corte, una fisionomia differente, quasi a confondersi con un pregiudizio morale, e per questo ancora più lesivo Il danno, afferma la Corte nella sentenza in commento, consiste nella “mancata realizzazione della funzione sociale di assumere presso gli uffici pubblici persone selezionate attraverso il pubblico concorso, con conseguente depauperamento sia dell’intera comunità, sia dell’ente che ha assunto il personale in maniera indebita, perché nel contesto sociale emerge demotivazione e degrado dei suoi appartenenti, che vedono frustrate le possibilità di conseguire legalmente e regolarmente un posto di lavoro”.

Tale lesione provoca non soltanto un vulnus al bene, economicamente valutabile della minore produttività della Pubblica Amministrazione in ragione dell’assunzione di soggetti incompetenti, ma, inoltre, un danno all’intera collettività.

A fronte delle premesse concettuali ora riportate sebbene appaia calzante la definizione – in termini di dolo contrattuale – dell’elemento psicologico ravvisabile nelle condotte lesive poste in essere dagli organi sociali, lo stesso non può dirsi in merito alla ritenuta applicabilità, nel caso in esame, dell’istituto della compensatio lucri cum damno e all’inversione dell’onere della prova a carico della Procura: si tratta di una prova, estremamente difficile da fornire da parte dell’Attore pubblico e non in linea, peraltro, con la potenza lesiva della condotta accertata, da cui il pregiudizio, anche morale, dovrebbe discendere come dovuta, adeguata e necessaria conseguenza.