(contributo ad opera dell’Avv. Fauzia)

Gli ultimi episodi di cronaca hanno proiettato al centro del dibattito pubblico lo sconvolgente fenomeno del bullismo nelle scuole.

Con il presente contributo si tenterà di fornire una risposta ad alcuni importanti interrogativi, quali chi risponde dei danni psico-fisici delle vittime? Chi è tenuto a risarcirle ed in che modo?

Punto di partenza è una recentissima sentenza del Tribunale di Roma (4 aprile 2018, n. 6919)

Questi i fatti: l’attore E.G., alunno di un istituto superiore del Lazio, all’epoca dei fatti minorenne, era stato vittima di ripetuti atti di bullismo da parte di un compagno di scuola A.C. Tali vessazioni, crescenti in intensità e pericolosità, culminavano un giorno in minacce ed insulti irripetibili pronunciati durante le lezioni e per tutta la mattinata e seguiti da un violento pestaggio avvenuto nel cortile della scuola e di fronte a numerosi alunni ed insegnanti dell’Istituto, a seguito del quale la vittima E.G. riportava la frattura del naso e diverse lesioni giudicate guaribili in 40 giorni.

Le indagini avviate a seguito della denuncia presentata dai genitori di E.G. nei confronti del bullo, avrebbero accertato che quella era solo l’ultima delle vessazioni subite dal figlio e che tale situazione non solo era conosciuta da tutti gli alunni del comprensorio scolastico, ma era stata portata a conoscenza della preside e degli insegnanti che, tuttavia, non avevano fatto nulla per fermare l’escalation di violenza.

E.G. pertanto, adiva il Tribunale in sede civile per ottenere il ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti per effetto degli atti di bullismo di cui era stato vittima, chiedendo la condanna della scuola (rectius del MIUR) e dei genitori del bullo ex art. 2048 c.c. nonché del bullo A.C.  (frattanto divenuto maggiorenne) ex art. 2043 c.c.

Si costituivano il MIUR ed il padre, mentre la madre ed A.C. restavano contumaci.

Il MIUR si difendeva deducendo che l’evento fosse avvenuto nel cortile fuori dalla scuola e dopo la fine dell’orario delle lezioni allorché la vittima non si trovava più sotto la vigilanza del personale scolastico. Il fatto, a detta della Ministero, non sarebbe stato comunque evitabile dal momento che l’aggressione era stata repentina. In ogni caso il bullo A.C. era stato adeguatamente ripreso e sanzionato dal personale scolastico.

Il padre di A.C., chiamato a rispondere per gli illeciti del figlio all’epoca minorenne, esponeva che l’assolvimento dell’obbligo educativo gli era stato impossibile a cagione dell’allontanamento dal figlio che era seguito al divorzio dalla madre ed al trasferimento di costoro in un’altra distante città.

Il Tribunale di Roma, con la sentenza in commento, ha accolto le domande di E.G. condannando i convenuti a risarcire in solido i danni non patrimoniali subiti dalla vittima.

In particolare la Scuola è stata ritenuta responsabile per “culpa in vigilando” in accordo all’art. 2048 c.c. poiché, pur essendo a conoscenza delle condotte del bullo per effetto delle ripetute segnalazioni effettuate dagli altri compagni di scuola, aveva omesso di prendere adeguati ed efficaci provvedimenti contro l’autore delle violenze.

In accordo all’art. 2048, co. 2, c.c., infatti, “i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi o apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza”.

Il fondamento di tale responsabilità oggettiva,  risiede nel fatto dell’affidamento degli studenti all’istituto scolastico.

Tale  affidamento permane durante l’intero  orario  scolastico, dall’ingresso a scuola, sin dall’accesso  al  cortile  o  comunque  alle  pertinenze  dell’istituto, e fino all’uscita.

L’esenzione dalla responsabilità dell’istituto scolastico è condizionata alla prova di cui all’ultimo comma dell’art. 2048, i.e. se provano di non aver potuto impedire il fatto”.

Ciò ricorre nell’ipotesi del caso  fortuito (ossia un evento straordinario non prevedibile ex ante) ovvero nel caso in cui si dimostri di aver adeguatamente vigilato gli studenti per quanto in concreto possibile.

Rispetto al caso in esame, il Tribunale ha rilevato che gli illeciti erano stati perpetrati durante l’orario scolastico già durante le lezioni dentro la Scuola, protraendosi senza soluzione di continuità sino all’uscita e nelle  pertinenze  della  scuola.

Di più, la condotta del bullo era stata prontamente segnalata dai compagni della vittima al personale scolastico senza che fosse mai stato  adottato  alcun  provvedimento in grado di proteggere l’E.G. dal suo persecutore.

Pertanto la Scuola è stata ritenuta responsabile in base alla richiamata disposizione oltre che “per i fatti illeciti di ingiurie e  minacce […] anche per il fatto illecito integrante il reato  di lesioni personali subite dall’E.G. […] all’uscita della scuola, nel momento in cui erano culminate le angherie cominciate  all’inizio  dell’anno  scolastico”.

A fianco all’istituto sono stati chiamati a rispondere, oltre allo stesso bullo A.C. ex art. 2043 c.c. in quanto autore materiale delle condotte lesive, i suoi genitori, responsabili parimenti ex art. 2048 c.c.

Dispone l’art. 2048, co. 1, che “Il padre e la madre sono […] sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati [..]”

Anche rispetto a tale ipotesi di responsabilità l’unica prova liberatoria è rappresentata dal non aver potuto impedire il fatto.

Rispetto a ciò, non colgono le difese paterne dal momento che, come rilevato dal Tribunale, in base all’art. 147 c.c., i genitori sono tenuti “a mantenere, istruire ed educare il figlio ed assisterlo moralmente”, soprattutto in un periodo particolarmente difficile quale quello dell’adolescenza.

Per ciò che concerne i pregiudizi risarcibili, la sentenza, conformandosi allo storico decisum delle Sezioni Unite n. 26972/2008, ha liquidato il danno non patrimoniale unitariamente inteso e consistente nella lesione dell’integrità psico fisica del soggetto (danno biologico) adeguatamente aumentato per gli ulteriori pregiudizi patiti alla sfera esistenziale (danno dinamico-relazionale), consistenti nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane patite dalla vittima.